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Avere come l’impressione di essere morto vecchio
Recensendo una recensione ad Enrique Vila-Matas
di Gianfranco Pecchinenda
Lo scrittore catalano Enrique Vila-Matas ha appena pubblicato un altro libro, dal titolo Chet Baker piensa en su arte. Una raccolta di racconti tra cui spicca, dando anche il titolo all’intero volume, quella che, più che un vero e proprio racconto, può essere considerata una sorta di “Fiction critica” (come egli stesso la definisce), ovvero un modo per proporre riflessioni e appunti sulla letteratura attraverso lo strumento della fiction. Operazione non nuova, ovviamente, comune peraltro a molti grandi intellettuali del nostro tempo.
Lo stesso scrittore argentino Ricardo Piglia, recensendo proprio Dublinesca, un altro importante e recente romanzo dello stesso Vila-Matas, ha compiuto a sua volta, e con la sua solita grande maestria, un’operazione molto simile, dando così vita a una sorta di mise en abime che potrebbe essere prolungata all’infinito. Vediamo in che senso: il protagonista di Dublinesca si chiama Samuel Riba, è morto, ma è anche vivo. È un eroe che, nel corso della narrazione, ripercorrendo alcune fasi della nostra storia culturale, riflette su questioni ritenute particolarmente significative per la formazione del mondo occidentale: insomma un vero e proprio topos. Mentre legge Dublinesca – il cui titolo rinvia evidentemente a James Joyce – Ricardo Piglia nota alcuni elementi che gli ricordano un altro grande scrittore irlandese – Samuel Beckett – e passa a citare una splendida frase presente in Le Calmant (il primo testo di Beckett scritto direttamente in francese): “Non so più quando sono morto. Ho sempre avuto come l’impressione di essere morto vecchio” (Je ne sais plus quand je suis mort. Il m’a toujours semblé être mort vieux).
L’analogia con Samuel Riba, il quale – come appena ricordato – è appunto un morto-vivente, è quindi più che comprensibile. L’eroe vilasmatiano, portandosi dietro tutta l’inesorabile malinconia propria della categoria dei “vivi-ma-morti”, ripercorre la grande capitale irlandese in compagnia di un gruppo di amici per celebrare al contempo Joyce e la triste ricorrenza della morte della letteratura.
Lasciando da parte le riflessioni di Piglia sulle straordinarie capacità di Vila-Matas di raccontare, attraverso uno stile al contempo nostalgico e ironico, storie di così grande importanza per la letteratura occidentale, veniamo dunque al Chet Baker piensa en su arte. In questa splendida e, come al solito, originale narrazione “critico-fictionale”, l’oggetto centrale della riflessione, in perfetta sintonia con quanto elaborato in Dublinesca, è quello, delicatissimo, della sostenibilità o meno dell’ordine narrativo tradizionalmente riservato dalla letteratura alla descrizione dell’esistenza. “Ci tranquillizza – scrive Vila-Matas introducendo il suo lavoro – la semplice sequenza, l’illusoria successione dei fatti. Ciononostante, c’è una grande divergenza tra la confortevole narrazione e la brutale realtà del mondo”. Come diceva Musil – il quale già ai suoi tempi pensava che nel mondo non fosse oramai più presente quella semplicità inerente all’ordine tradizionale del raccontare – tutto è diventato adesso non-narrativo. Il mondo stava già allora, evidentemente, cominciando a diventare plurale, multidimensionale, frammentario e, soprattutto, senza senso: un universo attraverso il quale difficilmente sarebbe stato oramai più possibile approssimarsi a un assetto sociale ed esistenziale equilibrato, misurabile, prevedibile come quello dell’ordine socioculturale ipotizzato agli albori della modernità occidentale.
Eppure Vila-Matas riconosce di non trovarsi del tutto a suo agio con una tale posizione: se è vero che si è verificato un vero e proprio divorzio tra la narrazione della realtà e la sostanziale “inenarrabilità” di quest’ultima – sostiene, senza alcun timore di poter eventualmente esporsi al rischio di clamorose contraddizioni – egli sembra altrettanto convinto del fatto che ci troviamo in una fase di progressiva rinascita della narrazione e della narrabilità dell’esistenza che si colloca sempre più al centro della scena culturale. “Ovvero – egli scrive – così come credo che la non narratività (almeno dal punto di vista formale) di Finnegans Wake di Joyce sia arte pura, considero allo stesso modo sommamente artistico, ad esempio, un libro così pieno di ingegno narrativo quale è Il fidanzamento del signor Hire (Les fiancailles de Monsieur Hire) di Georges Simenon”.
La questione, come dicevo, è in effetti molto delicata: Beckett sosteneva che gli scrittori realisti dessero vita ad opere discorsive perché interessati a parlare delle “cose” o sulle “cose”, mentre invece l’autentica arte dovrebbe essere riferita alla “cosa stessa”. Certo, come ricorda ancora Vila-Matas, la rotta seguita da Finnegans è evidentemente più nobile, più affine al linguaggio caotico della realtà e a “quel vago fluttuare delle nostre vite” di cui parlava Kafka; ovvero, più affine alla realtà barbara e muta, senza significato, delle cose. Il punto, insomma, sembra essere proprio questo: la discrepanza tra la rassicurante narrazione della realtà e la selvaggia verità che essa potrebbe rivelare se ci lasciassimo trascinare da una modalità più istintuale e meno confortevole di manifestazione artistica.
I mondi che così abilmente Enrique Vila-Matas intende mettere in discussione diventano dunque quelli della realtà muta e inenarrabile, profonda e fantasmatica; che riguardano sia gli individui che le collettività, sia la realtà del presente sia quella del passato, sia i cosiddetti mondi interiori sia quelli esteriori, sia quelli soggettivi sia quelli oggettivi. In un certo senso, riflettendoci bene, la storia della letteratura è sempre stata, fin dai suoi esordi, la storia di una ribellione costante e continua contro le leggi e le forme inventate e in qualche modo trasmesse dalla tradizione letteraria stessa; rappresentativa, se vogliamo, delle definizioni più comuni del senso comune.
Il valore di un’opera d’arte, in fondo, più che dalla sua utilità, dovrebbe essere determinato dalla sua capacità di liberarci da quei modi di pensare, di sentire e di agire che il senso comune rende molto simili a dei veri e propri automatismi. Da qui l’assoluta centralità, per ogni artista, di riuscire a saper rivelare l’inesorabile e spesso fatale mistero di ogni cosa, di essere in grado di alimentare il suo dubbio costante, come quello, ad esempio, di non essere già morto, pur coltivando la sensazione di ricordare di essere già morto una volta. Pur essendo, all’epoca dei fatti, già troppo vecchio per poterlo poi ricordare.


Si yo quisiese enloquecería. Sé tal cantidad de historias terribles. Vi muchas cosas, me contaron casos extraordinarios, yo mismo… En fin, a veces ya no consigo organizar todo esto. Porque, sabe, despertar a las cuatro de la mañana en un cuarto vacío, encender un cigarro… ¿se da cuenta? La pequeña luz del fósforo levanta de repente el volumen de las sombras, la camisa puesta sobre la silla gana un volumen imposible, la vida nuestra… ¿comprende? …la vida nuestra, la vida entera, está allí como… como un acontecimiento excesivo… Tiene que ser ordenada a toda prisa. Felizmente existe el estilo. ¿No tiene idea de lo que es? Veamos: el estilo es una unidad de significación. ¿Me hago entender? ¿no? bien, no aguantamos el desorden atolondrado de la vida y, entonces, nos pegamos a ella, la reducimos a dos o tres tópicos simplificados. Después, por medio de una operación intelectual, decimos que esos tópicos se encuentran en un tópico común, supongamos del Amor o de la Muerte. ¿Entiende? Una de esas abstracciones que sirven para todo. El cigarro se consume ¿no es así?, la calma vuelve. Mas ¿puede imaginar lo que es esto toda las noches durante semanas o meses o años?
Una vez fui a un médico.
–Doctor, estoy loco – le dije–. -Debo estar loco.
–Hay locos en la familia? -preguntó el médico. –¿alcohólicos, sifilíticos?
–Sí, señor. Los peores. Locos, alcohólicos, sifilíticos, místicos, prostitutas, homosexuales. ¿Estaré loco?
El médico tenía sentido del humor y me recetó barbitúricos.
–No necesito remedios -dije yo–. Sé historias acerca de la vida. ¿De qué me sirven los barbitúricos?
La verdad es que yo aún no había encontrado el estilo. Pero oiga mi amigo: conozco por ejemplo la historia de un hombre viejo. Conozco también la de un hombre joven. La del viejo es mejor, pues era muy viejo ¿y qué podría él esperar?, Pero vea, preste mucha atención. Ese hombre viejísimo no se resignaría nunca a prescindir del amor. Amaba las flores. En medio de su soledad tenía masetas de orquídeas.
El mundo es así, qué quiere. Es forzoso encontrar un estilo. Seria bueno colocar grandes carteles en las calles, hacer avisos en la televisión y en los cines. Procure su estilo si no quiere terminar arruinado. Conseguí mi estilo estudiando matemáticas y oyendo un poco de música. -Joan Sebastian Bach–. Conoce seguramente esas cosas tan simples, tan armoniosas, que son un sistema de tres ecuaciones con tres incógnitas. Primitivo, rudimentario. Resolví miles de ecuaciones. Después oía Bach. Conseguí un estilo. Lo aplico por la noche, cuando despierto aterrorizado viendo las grandes sombras incomprensibles irguiéndose en medio del cuarto, cuando la pequeña luz se hace en la punta de los dedos y toda la inmensa melancolía del mundo parece subir de la sangre con su voz oscura… comienzo a hacer mi estilo. Admirable ejercicio este. A veces uso el proceso de vaciar las palabras. ¿Sabe cómo es? Tomo una palabra fundamental. Palabras fundamentales, curioso… Tomo una palabra fundamental: Amor, Enfermedad, Miedo, Muerte, Metamorfosis. La digo en voz baja veinte veces. Ya nada significa. Es un modo de alcanzar el estilo. Vea ahora esta artimaña:
A los niños los enloquece la poesía .
Escuchen un instante cómo quedan presos
en lo alto de ese grito, cómo la eternidad los acoge
en cuanto gritan y gritan.
(…)
– Y nada más somos el poema donde los niños
se distancian locamente.
Es el fragmento de una poesía. ¿Le gusta la poesía? ¿Sabe qué es poesía? ¿Tiene miedo a la poesía? ¿Tiene el demoniaco júbilo de la poesía?
Pues vea. Es también un estilo. El poeta no muere la muerte de la poesía. Es el estilo.
Esta oyendo cómo esos niños enormes gritan y gritan entrando en la eternidad. Note: Somos el poema donde ellos se distancian. ¿Cómo? Locamente. ¿Quién soportaría esos gritos magníficos? Pero el poeta hace el estilo.
Perdón, sea un poco más honesto. Sea al menos mas inteligente. Se ve bien que no estoy loco. Yo, no. Los niños son los que enloquecen, y eso es porque les falta un estilo.
¿Sabe de qué le estuve hablando? ¿De la vida? ¿De como desembarazarse de ella? Bien, el señor no es estúpido, pero tampoco es muy inteligente. Conozco. Conozco su tipo. Tal vez yo ya fui así. Usted practica las artes con parcimonia: no la poesía, mas las poesías… Se cultiva evidentemente. Quizá posee demasiado estilo. Pero, oiga, la locura, la tenebrosa y maravillosa locura… En fin ¿no seria eso más noble, digamos, más acorde al gran secreto de nuestra humanidad?
Tal vez el señor sea más inteligente que yo
Helberto Helder
Traducción del portugués de Lauren Mendinueta

Vivimos de espaldas a la memoria del mundo, como si temiéramos ser vistos como anticuados por recordar algo del pasado. Y hay una constante inmersión autista de lo mediático en un efímero presente que borra todo lo demás. Se habla, por ejemplo, de la crisis de la prensa escrita como si fuera un tema de nuestros días, de "rabiosa actualidad". Pero esa crisis es muy antigua. Leyendo J.D. Salinger. Una vida oculta, la excelente biografía de Kenneth Slawenski (Galaxia Gutenberg), me he acordado de una crisis que fue realmente clave y que tuvo lugar a principios de la década de 1960. ¿Cómo explicarnos que muchos periodistas de hoy parezcan desconocerla? En eso sucede lo mismo que con las constantes polémicas que nos parecen tan de actualidad, pero que en el fondo repiten discusiones que ya tuvieron lugar en otros días y que se habían ya hasta apagado de tanto repetirse.
Salinger habló de honor y respeto. Sonó extraño. Eran palabras anticuadas
Se exigía a sí mismo gentileza y la esperaba de los demás
Me he encontrado con la crisis de prensa de los años 60 en el libro de Slawenski. Desde siempre me interesó averiguar las causas más probables del abandono, por parte de Salinger, de la vida pública. Y he encontrado una posible clave de su deserción en ciertos episodios de una 'guerra de la prensa neoyorquina' que tuvo lugar a principios de la década de 1960. En esos días, la mayoría de los estadounidenses se informaban de los acontecimientos y de las corrientes de opinión a través de diarios y revistas. Los informativos de televisión estaban aún en pañales. Sin embargo, el asesinato de Kennedy iba a demostrar en 1963 el poder del medio para atraer una audiencia masiva: al final de la década, la influencia de la prensa se vería eclipsada por el periodismo televisivo. Nos cuenta Slawenski que el cambio del deseo del público de noticias impresas a favor de las televisadas se produjo de forma irregular. En lugares como Nueva York, donde el número de diarios era extraordinario, la transición fue violenta. Cuatro periódicos, entre ellos New York Times, competían por un público lector siempre menguante y libraban una guerra continua por la difusión.
Ciertas reglas del juego se quebraron. El Herald Tribune intentó dinamitar el prestigio de The New Yorker, el suplemento dominical de NYT y atacaron a William Shawn, el director, un hombre siempre en la sombra y tan famoso por su deseo de privacidad como su amigo y colaborador J.D. Salinger. Para el autor de El guardián entre el centeno, The New Yorker formaba parte de su propia familia y Shawn era algo más que un amigo. El Herald Tribune había fichado a periodistas brillantes, como Tom Wolfe, quien, nada más ingresar en la redacción, decidió lanzarse directamente a la yugular de Shawn, y no sólo escribió dos hirientes parodias sobre el estilo de dirección y hábitos personales de éste, sino que lo asedió por teléfono solicitándole una entrevista.
Particularmente injurioso fue Pequeñas momias. La verdadera historia del soberano del país de los muertos vivientes de la calle Cuarenta y tres, el artículo de Wolfe contra Shawn y la redacción de su suplemento. Muchos famosos escribieron cartas en defensa de Shawn y se escandalizaron de que la reputación del Herald Tribune hubiera ido a parar a las cloacas. Pero ninguna carta acaparó más atención que la de J.D. Salinger, que conocía ya muy bien en esos días lo que era ser manipulado y descalificado por la prensa. Salinger habló de honor y respeto. Sonó extraño. Eran dos palabras anticuadas. Pero es que honor y respeto eran cualidades esenciales para él, estaban grabadas en su personalidad: eran sólidos atributos por los que el escritor medía su vida y las de los que le rodeaban. Escribe Slawenski: "No sólo se exigía a sí mismo rectitud y gentileza, sino que también las esperaba de los demás, y siempre mostraba sorpresa y aflicción cuando lo trataban de forma ruda o decepcionante (...) Incluso la carta más mordaz y desdeñosa de Salinger se ceñía a una cortesía de la que nunca se le habría ocurrido desprenderse. Lo que más le dolía era la insensibilidad de los demás: la falta de percepción en una crítica, la promesa rota de un amigo, la mentira de un niño"
Todo indica que ni Shawn ni su amigo Salinger captaron el concepto que estaba detrás de la maniobra del Herald Tribune. No se trataba en absoluto de respeto ni honor (¡cosas tan anticuadas!), sino de difusión, publicidad y dinero, precisamente todo lo que más desdeñaba J.D. Salinger. Los tiempos estaban cambiando. Empezaba una época en la que los brillantes demoledores de iconos, como Wolfe (hoy en día, pagado con su propia medicina, demolido también él), iban a sentirse cómodos y triunfarían, mientras que Salinger -también él un icono- no se identificaría con las deshonestas nuevas formas de un mundo en el que honor y respeto no iban a ser ya más respetados.
Todo eso debió de alertar a Salinger, que decidió esconderse aún más, alejarse ya sin paliativos de lo que podríamos llamar la "frenética profesión". ¿Frenética? No tiene por qué serlo si el éxito en ella depende de la opinión que uno tenga sobre sí mismo. "Piensa bien de ti, y habrás ganado. Pierde tu autoestima, y estás perdido", dice el hombre sensato. Pero por esa misma razón se trata una profesión delirante, porque va desarrollándose en ella un complejo de persecución cuando uno comprende que es la pura verdad que la gente que no habla bien de ti te está matando.
Era mejor apartarse, y así lo vio Salinger. En la era de la difusión, publicidad y dinero, no había -no hay- sitio para el honor, el respeto, la gentileza, la sensibilidad hacia los otros. Cuando pienso en esto, me acuerdo del viejo loco que vi ayer en la calle. Parecía que pidiera limosna, pero cuando pasé por su lado le oí decir: "Pero al fin y al cabo, ¿en qué consiste tanta felicidad?". En difusión, publicidad y dinero, pensé. Pero en ese momento vi que la felicidad a la que se refería era la suya.