lunedì 1 luglio 2013

ULTIMO SILENZIO



Ultimo silenzio
di Ariadna Sarasuady Rebollo
Traduzione di Gianfranco Pecchinenda



Odio gli inizi più dei finali
aprire un po’ la tenda
lasciarsi vedere ma senza esagerare
mostrare l’interno ordinato
pulito, in pace
senza residui né tormenti passati
illuminare caldamente il sofà per la notte
provocare l’avvicinamento
mentire deliberatamente per ottenere carezze
compagnia
continuare a mentire fino all’alba
camminare insieme fino all’autobus
scambiarsi numeri
promettere una seconda volta

Ed è lì che cominciano i problemi
andarsene a casa sorridendo
aspettare una telefonata che non tarderà ad arrivare
baci, film
la dolce sensazione dell’albeggiare al suo fianco
le dita tessendo promesse tra i suoi capelli
parole che ti fiondano in alto
paure che ti trasformano in polvere

Per questo odio gli inizi
perché quando tutto finisce tristemente in lacrime
e respiri nel silenzio della sua bocca
capisci che nel primo sguardo
la tua vita se n’è andata

sabato 22 giugno 2013

Come se niente fosse


Come se niente fosse

di Gianfranco Pecchinenda

Dice che stiano cercando un uomo sulla quarantina, di media statura. Spalle larghe, bruno, con pochi capelli, occhi neri. Sono già passati almeno un paio di volte, durante il mio turno. Sia di sera sia di notte. Durante la giornata non lo so. Non credo si facciano mai vedere di mattina. Comunque non lo so, non ne sarei tanto sicuro. A volte – dice – gli piace irrompere così, un po’ di sorpresa. Pare godano molto nel vedere la faccia meravigliata dei ricercati.
Ti sto avvisando perché ci conosciamo ormai da tanto tempo, ma so bene che non sono fatti miei. Ho sempre creduto che, quando arriva il momento, sia meglio non farsi sorprendere. Almeno non troppo. Se ho capito un po’ il carattere delle persone, dopo tanti anni che lavoro dietro questo bancone, ho l’impressione che tu sia uno di quelli che preferirebbe saperlo con un po’ d’anticipo, uno di quelli che fino alla fine vorrebbe cercare di evitarli, di sfuggirgli in qualche modo.

Ti sto avvisando anche per questo, perché ho capito che non sei di quelli che amano fare casino, e non solo per non mettere in cattiva luce il locale del padrone, che è una così brava persona, e nemmeno per mettere in difficoltà me, che in fondo sto solo cercando di alleviarti quantomeno lo spavento dell’inatteso. Evitarli sì, sfuggirgli pure, casomai fare qualche furbata per provare a prenderli in giro, con tutta quella serietà e quell’aria di onesta benevolenza che si portano dietro e a cui sembrano però non credere più neppure loro.

(...) continua

mercoledì 7 novembre 2012

La literatura y la vida.

La vida humana, verosímil y carente de interés, trata de reproducir las maravillas del arte. La literatura se anticipa a la vida. No la copia. (Oscar Wilde en La decadencia de la mentira).

mercoledì 26 settembre 2012

No surprises

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I

Tagliarsi i capelli,
Usare l’abito ed essere un morto più elegante.
Curarsi i denti,
bere meno,
mangiare meno,
non innamorarsi.

Arrivare in tempo,
lavarsi più spesso,
fare ginnastica.
Sorridere continuamente,
far crescere il proprio conto,
dimenticarsi delle puttane.

A dormire presto.
Guardare i telegiornali,
avere buoni rapporti con i vicini,
convivere con i compagni dell’ufficio.
Associarsi.
Vendere il culo al diavolo.

Mi chiedo cosa sia stato
a costarti di più.
Non scrivi più,
la tua chitarra non sanguina più,
non ti smarrisci più
in cronache disordinate.

Adesso resta solo la vita così,
zittita,
senza passione né euforia,
senza allarmi e senza sorprese.

Silencio.

II

Morire è smettere di muoversi
e già da tempo
sei rimasto fermo

Se non fosse per l’insonnia e l’abulia
Che ogni notte ti sconforta  
potresti giurare
che tutto vada bene.

R. Israel Miranda (Traduzione di Gianfranco Pecchinenda)

mercoledì 1 agosto 2012

BORGES BAR







Erano quasi le tre, questa notte, quando sono entrato in quel bar. O forse non c’era per niente, il tempo, a quell’ora, in quel luogo. Avevo girato a lungo prima, invano, intorno al vecchio edificio, alla ricerca di qualche apertura dalla quale poter addentrarmi. 

Avevo bussato, sempre troppo timidamente, a diverse porte e finestre, sempre inutilmente. Infine ce l’avevo fatta e finalmente, adesso, mi trovavo al suo interno. Era così oscuro, così annebbiato dal fumo, l’ambiente. Era così accentuato il mio sentimento di solitudine.
Per un silenzioso accordo preso con me stesso, avevo deciso di andarci per poter osservare più da vicino la mia follia, dare una seppur approssimativa sistemazione a qualcuna delle mie tante incertezze: “para arreglar el mundo solo sirven tres cervezas” – diceva qualcuno – tre birre possono riordinare le cose del mondo…:  io desideravo soltanto chiedere un rum – quello preferito dal mio amico Montero, o anche da Lionel Dobie; riconoscere il volto di qualche vecchio amico, condividere con discrezione le sue rispettive, silenziose introspezioni: ci sono angosce la cui pressione si indebolisce con gli opportuni silenzi di certi momenti. Senza saperlo, ero alla ricerca di uno di quei momenti. Uno di quei rari momenti.
 

(...) continua





lunedì 23 luglio 2012

MARTA

Gianfranco Brevetto, Marta, 2012
Javier Marías, Mañana en la batalla piensa en mí, 1994

A nessuno verrebbe in mente di potersi ritrovare, di punto in bianco, al fianco di una persona morta. O meglio, di una persona non del tutto viva. Ci si ritrova stupefatti, increduli. Poi, riprendendosi lentamente, si prova a ricostruire gli eventi, sempre però tendendo a nascondere  i fatti e le circostanze più scabrose, relative all'accaduto. Si comprende che è assolutamente necessario ristabilire l'ordine delle cose, l'ordine del mondo. Al contempo si comprende che tutta una serie di oggetti, di discorsi, di passioni, andranno persi per sempre. E domani, o comunque presto, nessuno li ricorderà. Se lui, invece di seguirla, ammaliato da quel suo sguardo, da quelle sue gambe, da quei suo tacchi; se lui - dicevo - avesse in quel momento deciso di non seguirla, di evitare di incontrarla, forse lei non sarebbe morta. Anche se forse non sarebbe mai diventata realmente viva. Lui certamente non lo avrebbe mai saputo, e questo è certamente un fatto!
Marta se ne stava lì seduta, dalla sua borsa fuoriuscivano fotografie, oggetti, ricordi, libri. Un libro. Ma non era il libro di Marta. Il libro di Marta doveva essere ancora scritto, quello. Lei sarebbe morta, la storia non sarebbe mai nata, una nuova storia.
Quella che era stata già scritta la vedeva lì, distesa sul letto, senza vita, con un amante al suo fianco incredulo, ossessionato da mille pensieri che gli frullavano contemporaneamente nella testa; pensieri che non riusciva ad esprimere, storie che non sarebbe riuscito mai a narrare. Eppoi - la cosa più orribile - c'era di là il bambino che inconsapevole di tutto dormiva, tranquillo. nella sua stanzetta, ignaro del fatto che la sua mamma, al risveglio, non ci sarebbe stata oramai più. Il padre, lui sì, lo avrebbe rivisto, anche se non subito. Era partito per Londra, dove si trovava quella notte, e non sarebbe rientrato prima di un paio di giorni. Una notte, una volta; una volta sola con quel nuovo amante. E durante quel tradimento, d'improvviso, si sarebbe accasciata per sempre su di sé, dentro di sé.
Doveva riflettere: cosa fare del bambino, di quel corpo oramai senza vita, di quel marito ignaro che si trovava altrove, di quegli oggetti, dei vestiti appena dismessi da Marta e che non avrebbe mai più potuto indossare. Andò di là in cucina, per riordinare le coordinate del suo mondo. Una birra, anzi un cognac. Forte. Due.
Fuggire ed entrare nel primo ristorante e incontrare di nuovo lei, Marta.
Seguirla. Affascinato, senza ragione. Con stupore, solo con stupore. Vivere, rivivere, scrivere. Come se fosse sempre la prima volta. Come se potesse realmente esistere una sola prima volta.

di Gianfranco Pecchinenda