giovedì 4 agosto 2011

suicide


http://soleildanslatete.centerblog.net/6579844-philippe-soupault-le-contrat-du-suicide

lunedì 30 maggio 2011

vila-matas/pecchinenda



chet baker piensa en su arte


Avere come l’impressione di essere morto vecchio

Recensendo una recensione ad Enrique Vila-Matas

di Gianfranco Pecchinenda

Lo scrittore catalano Enrique Vila-Matas ha appena pubblicato un altro libro, dal titolo Chet Baker piensa en su arte. Una raccolta di racconti tra cui spicca, dando anche il titolo all’intero volume, quella che, più che un vero e proprio racconto, può essere considerata una sorta di “Fiction critica” (come egli stesso la definisce), ovvero un modo per proporre riflessioni e appunti sulla letteratura attraverso lo strumento della fiction. Operazione non nuova, ovviamente, comune peraltro a molti grandi intellettuali del nostro tempo.

Lo stesso scrittore argentino Ricardo Piglia, recensendo proprio Dublinesca, un altro importante e recente romanzo dello stesso Vila-Matas, ha compiuto a sua volta, e con la sua solita grande maestria, un’operazione molto simile, dando così vita a una sorta di mise en abime che potrebbe essere prolungata all’infinito. Vediamo in che senso: il protagonista di Dublinesca si chiama Samuel Riba, è morto, ma è anche vivo. È un eroe che, nel corso della narrazione, ripercorrendo alcune fasi della nostra storia culturale, riflette su questioni ritenute particolarmente significative per la formazione del mondo occidentale: insomma un vero e proprio topos. Mentre legge Dublinesca – il cui titolo rinvia evidentemente a James Joyce – Ricardo Piglia nota alcuni elementi che gli ricordano un altro grande scrittore irlandese – Samuel Beckett – e passa a citare una splendida frase presente in Le Calmant (il primo testo di Beckett scritto direttamente in francese): “Non so più quando sono morto. Ho sempre avuto come l’impressione di essere morto vecchio” (Je ne sais plus quand je suis mort. Il m’a toujours semblé être mort vieux).

L’analogia con Samuel Riba, il quale – come appena ricordato – è appunto un morto-vivente, è quindi più che comprensibile. L’eroe vilasmatiano, portandosi dietro tutta l’inesorabile malinconia propria della categoria dei “vivi-ma-morti”, ripercorre la grande capitale irlandese in compagnia di un gruppo di amici per celebrare al contempo Joyce e la triste ricorrenza della morte della letteratura.

Lasciando da parte le riflessioni di Piglia sulle straordinarie capacità di Vila-Matas di raccontare, attraverso uno stile al contempo nostalgico e ironico, storie di così grande importanza per la letteratura occidentale, veniamo dunque al Chet Baker piensa en su arte. In questa splendida e, come al solito, originale narrazione “critico-fictionale”, l’oggetto centrale della riflessione, in perfetta sintonia con quanto elaborato in Dublinesca, è quello, delicatissimo, della sostenibilità o meno dell’ordine narrativo tradizionalmente riservato dalla letteratura alla descrizione dell’esistenza. “Ci tranquillizza – scrive Vila-Matas introducendo il suo lavoro – la semplice sequenza, l’illusoria successione dei fatti. Ciononostante, c’è una grande divergenza tra la confortevole narrazione e la brutale realtà del mondo”. Come diceva Musil – il quale già ai suoi tempi pensava che nel mondo non fosse oramai più presente quella semplicità inerente all’ordine tradizionale del raccontare – tutto è diventato adesso non-narrativo. Il mondo stava già allora, evidentemente, cominciando a diventare plurale, multidimensionale, frammentario e, soprattutto, senza senso: un universo attraverso il quale difficilmente sarebbe stato oramai più possibile approssimarsi a un assetto sociale ed esistenziale equilibrato, misurabile, prevedibile come quello dell’ordine socioculturale ipotizzato agli albori della modernità occidentale.

Eppure Vila-Matas riconosce di non trovarsi del tutto a suo agio con una tale posizione: se è vero che si è verificato un vero e proprio divorzio tra la narrazione della realtà e la sostanziale “inenarrabilità” di quest’ultima – sostiene, senza alcun timore di poter eventualmente esporsi al rischio di clamorose contraddizioni – egli sembra altrettanto convinto del fatto che ci troviamo in una fase di progressiva rinascita della narrazione e della narrabilità dell’esistenza che si colloca sempre più al centro della scena culturale. “Ovvero – egli scrive – così come credo che la non narratività (almeno dal punto di vista formale) di Finnegans Wake di Joyce sia arte pura, considero allo stesso modo sommamente artistico, ad esempio, un libro così pieno di ingegno narrativo quale è Il fidanzamento del signor Hire (Les fiancailles de Monsieur Hire) di Georges Simenon”.

La questione, come dicevo, è in effetti molto delicata: Beckett sosteneva che gli scrittori realisti dessero vita ad opere discorsive perché interessati a parlare delle “cose” o sulle “cose”, mentre invece l’autentica arte dovrebbe essere riferita alla “cosa stessa”. Certo, come ricorda ancora Vila-Matas, la rotta seguita da Finnegans è evidentemente più nobile, più affine al linguaggio caotico della realtà e a “quel vago fluttuare delle nostre vite” di cui parlava Kafka; ovvero, più affine alla realtà barbara e muta, senza significato, delle cose. Il punto, insomma, sembra essere proprio questo: la discrepanza tra la rassicurante narrazione della realtà e la selvaggia verità che essa potrebbe rivelare se ci lasciassimo trascinare da una modalità più istintuale e meno confortevole di manifestazione artistica.

I mondi che così abilmente Enrique Vila-Matas intende mettere in discussione diventano dunque quelli della realtà muta e inenarrabile, profonda e fantasmatica; che riguardano sia gli individui che le collettività, sia la realtà del presente sia quella del passato, sia i cosiddetti mondi interiori sia quelli esteriori, sia quelli soggettivi sia quelli oggettivi. In un certo senso, riflettendoci bene, la storia della letteratura è sempre stata, fin dai suoi esordi, la storia di una ribellione costante e continua contro le leggi e le forme inventate e in qualche modo trasmesse dalla tradizione letteraria stessa; rappresentativa, se vogliamo, delle definizioni più comuni del senso comune.

Il valore di un’opera d’arte, in fondo, più che dalla sua utilità, dovrebbe essere determinato dalla sua capacità di liberarci da quei modi di pensare, di sentire e di agire che il senso comune rende molto simili a dei veri e propri automatismi. Da qui l’assoluta centralità, per ogni artista, di riuscire a saper rivelare l’inesorabile e spesso fatale mistero di ogni cosa, di essere in grado di alimentare il suo dubbio costante, come quello, ad esempio, di non essere già morto, pur coltivando la sensazione di ricordare di essere già morto una volta. Pur essendo, all’epoca dei fatti, già troppo vecchio per poterlo poi ricordare.

lunedì 18 aprile 2011

STILE


Se io volessi impazzirei. Conosco tante di quelle storie terribili. Ho visto molte cose, mi hanno raccontato casi straordinari, io stesso… Insomma, a volte io stesso non riesco ad organizzare tutto questo. Perché, sa, svegliarsi alle quattro del mattino in una stanza vuota, accendere una sigaretta… si rende conto? La luce minuscola del fiammifero espande improvvisamente il volume delle ombre, la camicia appoggiata sulla sedia acquista un volume impossibile, la nostra vita… capisce?... la nostra vita, la vita intera, si trova lì come… come un avvenimento eccessivo… Deve essere ordinata in fretta e furia. Fortunatamente esiste lo stile. Non ha idea di cosa sia? Vediamo: lo stile è un’unità di significato. Mi faccio comprendere? No? Bene, non sopportiamo il disordine incasinato della vita e, allora, ci appiccichiamo ad essa, la riduciamo a due o tre topos semplificati. Poi, grazie ad un’operazione intellettuale, diciamo che questi elementi di base si trovano in un topos comune, poniamo quello dell’Amore o della Morte. Capisce? Una di quelle astrazioni che servono per tutto. La sigaretta si consuma, non è così? La calma ritorna. Inoltre, può immaginare che cosa significhi questo per tutte le notti, per settimane, mesi o anni?
Una volta sono andato da un medico.
– Dottore, sono pazzo – gli ho detto. – Devo essere pazzo.
– Ci sono pazzi in famiglia? – Chiese il medico. – Alcolizzati, sifilitici?
– Sì, signore. I peggiori. Pazzi, alcolizzati, sifilitici, mistici, prostitute, omosessuali. Sono pazzo?
Il medico aveva senso dell’umore e mi prescrisse dei barbiturici.
– Non ho bisogno di medicine – gli dissi. So come va il mondo, a cosa mi servono i barbiturici?
La verità era che ancora non avevo trovato lo stile. Ma mi ascolti, amico: conosco ad esempio la storia di un uomo vecchio. Conosco pure quella di un uomo giovane. Quella del vecchio è migliore, in quanto era molto vecchio e dunque, cosa si poteva aspettare? Eppure, attenzione: quell’uomo vecchissimo non si sarebbe mai rassegnato a fare meno dell’amore. Amava i fiori. Nel mezzo della sua solitudine conservava mazzetti di orchidee.
Il mondo è così, cosa vuole. È necessario trovare uno stile. Sarebbe utile collocare dei grandi cartelloni nelle strade, mettere avvisi in televisione e nei cinema. Si trovi uno stile se non vuole finire in rovina. Ho trovato il mio stile studiando matematica e ascoltando un poco di musica. Johan Sebastian Bach. Conosce certamente quelle cose così semplici, così armoniose che sono i sistemi di tre equazioni con tre incognite. Primitive, rudimentali. Ho risolto migliaia di equazioni. Poi ascoltavo Bach. Trovai uno stile. Lo applico di notte, quando mi sveglio terrorizzato vedendo le grandi ombre incomprensibili che si impongono nel mezzo della mia stanza, quando la piccola luce emerge sulla punta delle dita e tutta l’immensa malinconia del mondo sembra salire attraverso il sangue con la sua voce scura… comincio a fare il mio stile. È un esercizio ammirevole. A volte uso il processo di svuotare le parole. Sa come si fa? Prenda una parola fondamentale. Parole fondamentali, curioso… Prendo una parola fondamentale: Amore, Malattia, Paura, Morte, Metamorfosi. La pronuncio a voce bassa per venti volte. Già non significa niente. È un modo di raggiungere lo stile. Osservi adesso questo espediente:
I bambini impazziscono per la poesia.
Ascoltate un istante come restano coinvolti
Nelle alture di questo grido, come l’eternità li accoglie
In quanto gridano e gridano
(…)
– E non siamo altro che il poema dove i bambini
si distanziano pazzamente.

È il frammento di una poesia. Le piace la poesia? Sa che cos’è la poesia? Ha paura della poesia? Possiede il demoniaco giubilo della poesia?
Dunque veda. Anche questo è uno stile. Il poeta non muore la morte della poesia. È lo stile.
Sta ascoltando come questi bambini enormi gridano e gridano entrando nell’eternità. Noti: siamo il poema dove essi si distanziano. Come? Pazzamente. Chi sopporterebbe quelle grida magnifiche? Ma il poeta fa lo stile.
Scusi, sia un poco più onesto. Sia almeno più intelligente. Si vede bene che non sono pazzo. Io no. I bambini sono quelli che impazziscono. E questo perché gli manca uno stile.
Sa di cosa le stavo parlando? Della vita? Di come sbarazzarsene? Bene, il signore non è stupido, ma non è neppure molto intelligente. Conosco. Conosco il tipo. Forse anch’io sono stato così. Lei pratica l’arte della parsimonia: non la poesia, ma le poesie… Evidentemente si accultura. Forse possiede troppo stile. Ma, ascolti, la pazzia, la tenebrosa e meravigliosa pazzia… Insomma, non sarebbe questa più nobile, diciamo, più in accordo con il grande segreto della nostra umanità?
Forse il signore è più intelligente di me.
Helberto Helder
(Traduzione di Gianfranco Pecchinenda)

ESTILO



Si yo quisiese enloquecería. Sé tal cantidad de historias terribles. Vi muchas cosas, me contaron casos extraordinarios, yo mismo… En fin, a veces ya no consigo organizar todo esto. Porque, sabe, despertar a las cuatro de la mañana en un cuarto vacío, encender un cigarro… ¿se da cuenta? La pequeña luz del fósforo levanta de repente el volumen de las sombras, la camisa puesta sobre la silla gana un volumen imposible, la vida nuestra… ¿comprende? …la vida nuestra, la vida entera, está allí como… como un acontecimiento excesivo… Tiene que ser ordenada a toda prisa. Felizmente existe el estilo. ¿No tiene idea de lo que es? Veamos: el estilo es una unidad de significación. ¿Me hago entender? ¿no? bien, no aguantamos el desorden atolondrado de la vida y, entonces, nos pegamos a ella, la reducimos a dos o tres tópicos simplificados. Después, por medio de una operación intelectual, decimos que esos tópicos se encuentran en un tópico común, supongamos del Amor o de la Muerte. ¿Entiende? Una de esas abstracciones que sirven para todo. El cigarro se consume ¿no es así?, la calma vuelve. Mas ¿puede imaginar lo que es esto toda las noches durante semanas o meses o años?
Una vez fui a un médico.
–Doctor, estoy loco – le dije–. -Debo estar loco.
–Hay locos en la familia? -preguntó el médico. –¿alcohólicos, sifilíticos?
–Sí, señor. Los peores. Locos, alcohólicos, sifilíticos, místicos, prostitutas, homosexuales. ¿Estaré loco?
El médico tenía sentido del humor y me recetó barbitúricos.
–No necesito remedios -dije yo–. Sé historias acerca de la vida. ¿De qué me sirven los barbitúricos?
La verdad es que yo aún no había encontrado el estilo. Pero oiga mi amigo: conozco por ejemplo la historia de un hombre viejo. Conozco también la de un hombre joven. La del viejo es mejor, pues era muy viejo ¿y qué podría él esperar?, Pero vea, preste mucha atención. Ese hombre viejísimo no se resignaría nunca a prescindir del amor. Amaba las flores. En medio de su soledad tenía masetas de orquídeas.
El mundo es así, qué quiere. Es forzoso encontrar un estilo. Seria bueno colocar grandes carteles en las calles, hacer avisos en la televisión y en los cines. Procure su estilo si no quiere terminar arruinado. Conseguí mi estilo estudiando matemáticas y oyendo un poco de música. -Joan Sebastian Bach–. Conoce seguramente esas cosas tan simples, tan armoniosas, que son un sistema de tres ecuaciones con tres incógnitas. Primitivo, rudimentario. Resolví miles de ecuaciones. Después oía Bach. Conseguí un estilo. Lo aplico por la noche, cuando despierto aterrorizado viendo las grandes sombras incomprensibles irguiéndose en medio del cuarto, cuando la pequeña luz se hace en la punta de los dedos y toda la inmensa melancolía del mundo parece subir de la sangre con su voz oscura… comienzo a hacer mi estilo. Admirable ejercicio este. A veces uso el proceso de vaciar las palabras. ¿Sabe cómo es? Tomo una palabra fundamental. Palabras fundamentales, curioso… Tomo una palabra fundamental: Amor, Enfermedad, Miedo, Muerte, Metamorfosis. La digo en voz baja veinte veces. Ya nada significa. Es un modo de alcanzar el estilo. Vea ahora esta artimaña:

A los niños los enloquece la poesía .
Escuchen un instante cómo quedan presos
en lo alto de ese grito, cómo la eternidad los acoge
en cuanto gritan y gritan.
(…)
– Y nada más somos el poema donde los niños
se distancian locamente.

Es el fragmento de una poesía. ¿Le gusta la poesía? ¿Sabe qué es poesía? ¿Tiene miedo a la poesía? ¿Tiene el demoniaco júbilo de la poesía?
Pues vea. Es también un estilo. El poeta no muere la muerte de la poesía. Es el estilo.
Esta oyendo cómo esos niños enormes gritan y gritan entrando en la eternidad. Note: Somos el poema donde ellos se distancian. ¿Cómo? Locamente. ¿Quién soportaría esos gritos magníficos? Pero el poeta hace el estilo.
Perdón, sea un poco más honesto. Sea al menos mas inteligente. Se ve bien que no estoy loco. Yo, no. Los niños son los que enloquecen, y eso es porque les falta un estilo.
¿Sabe de qué le estuve hablando? ¿De la vida? ¿De como desembarazarse de ella? Bien, el señor no es estúpido, pero tampoco es muy inteligente. Conozco. Conozco su tipo. Tal vez yo ya fui así. Usted practica las artes con parcimonia: no la poesía, mas las poesías… Se cultiva evidentemente. Quizá posee demasiado estilo. Pero, oiga, la locura, la tenebrosa y maravillosa locura… En fin ¿no seria eso más noble, digamos, más acorde al gran secreto de nuestra humanidad?
Tal vez el señor sea más inteligente que yo

Helberto Helder

Traducción del portugués de Lauren Mendinueta