sabato 22 giugno 2013

Come se niente fosse


Come se niente fosse

di Gianfranco Pecchinenda

Dice che stiano cercando un uomo sulla quarantina, di media statura. Spalle larghe, bruno, con pochi capelli, occhi neri. Sono già passati almeno un paio di volte, durante il mio turno. Sia di sera sia di notte. Durante la giornata non lo so. Non credo si facciano mai vedere di mattina. Comunque non lo so, non ne sarei tanto sicuro. A volte – dice – gli piace irrompere così, un po’ di sorpresa. Pare godano molto nel vedere la faccia meravigliata dei ricercati.
Ti sto avvisando perché ci conosciamo ormai da tanto tempo, ma so bene che non sono fatti miei. Ho sempre creduto che, quando arriva il momento, sia meglio non farsi sorprendere. Almeno non troppo. Se ho capito un po’ il carattere delle persone, dopo tanti anni che lavoro dietro questo bancone, ho l’impressione che tu sia uno di quelli che preferirebbe saperlo con un po’ d’anticipo, uno di quelli che fino alla fine vorrebbe cercare di evitarli, di sfuggirgli in qualche modo.

Ti sto avvisando anche per questo, perché ho capito che non sei di quelli che amano fare casino, e non solo per non mettere in cattiva luce il locale del padrone, che è una così brava persona, e nemmeno per mettere in difficoltà me, che in fondo sto solo cercando di alleviarti quantomeno lo spavento dell’inatteso. Evitarli sì, sfuggirgli pure, casomai fare qualche furbata per provare a prenderli in giro, con tutta quella serietà e quell’aria di onesta benevolenza che si portano dietro e a cui sembrano però non credere più neppure loro.

(...) continua

mercoledì 7 novembre 2012

La literatura y la vida.

La vida humana, verosímil y carente de interés, trata de reproducir las maravillas del arte. La literatura se anticipa a la vida. No la copia. (Oscar Wilde en La decadencia de la mentira).

mercoledì 26 settembre 2012

No surprises

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I

Tagliarsi i capelli,
Usare l’abito ed essere un morto più elegante.
Curarsi i denti,
bere meno,
mangiare meno,
non innamorarsi.

Arrivare in tempo,
lavarsi più spesso,
fare ginnastica.
Sorridere continuamente,
far crescere il proprio conto,
dimenticarsi delle puttane.

A dormire presto.
Guardare i telegiornali,
avere buoni rapporti con i vicini,
convivere con i compagni dell’ufficio.
Associarsi.
Vendere il culo al diavolo.

Mi chiedo cosa sia stato
a costarti di più.
Non scrivi più,
la tua chitarra non sanguina più,
non ti smarrisci più
in cronache disordinate.

Adesso resta solo la vita così,
zittita,
senza passione né euforia,
senza allarmi e senza sorprese.

Silencio.

II

Morire è smettere di muoversi
e già da tempo
sei rimasto fermo

Se non fosse per l’insonnia e l’abulia
Che ogni notte ti sconforta  
potresti giurare
che tutto vada bene.

R. Israel Miranda (Traduzione di Gianfranco Pecchinenda)

mercoledì 1 agosto 2012

BORGES BAR







Erano quasi le tre, questa notte, quando sono entrato in quel bar. O forse non c’era per niente, il tempo, a quell’ora, in quel luogo. Avevo girato a lungo prima, invano, intorno al vecchio edificio, alla ricerca di qualche apertura dalla quale poter addentrarmi. 

Avevo bussato, sempre troppo timidamente, a diverse porte e finestre, sempre inutilmente. Infine ce l’avevo fatta e finalmente, adesso, mi trovavo al suo interno. Era così oscuro, così annebbiato dal fumo, l’ambiente. Era così accentuato il mio sentimento di solitudine.
Per un silenzioso accordo preso con me stesso, avevo deciso di andarci per poter osservare più da vicino la mia follia, dare una seppur approssimativa sistemazione a qualcuna delle mie tante incertezze: “para arreglar el mundo solo sirven tres cervezas” – diceva qualcuno – tre birre possono riordinare le cose del mondo…:  io desideravo soltanto chiedere un rum – quello preferito dal mio amico Montero, o anche da Lionel Dobie; riconoscere il volto di qualche vecchio amico, condividere con discrezione le sue rispettive, silenziose introspezioni: ci sono angosce la cui pressione si indebolisce con gli opportuni silenzi di certi momenti. Senza saperlo, ero alla ricerca di uno di quei momenti. Uno di quei rari momenti.
 

(...) continua





lunedì 23 luglio 2012

MARTA

Gianfranco Brevetto, Marta, 2012
Javier Marías, Mañana en la batalla piensa en mí, 1994

A nessuno verrebbe in mente di potersi ritrovare, di punto in bianco, al fianco di una persona morta. O meglio, di una persona non del tutto viva. Ci si ritrova stupefatti, increduli. Poi, riprendendosi lentamente, si prova a ricostruire gli eventi, sempre però tendendo a nascondere  i fatti e le circostanze più scabrose, relative all'accaduto. Si comprende che è assolutamente necessario ristabilire l'ordine delle cose, l'ordine del mondo. Al contempo si comprende che tutta una serie di oggetti, di discorsi, di passioni, andranno persi per sempre. E domani, o comunque presto, nessuno li ricorderà. Se lui, invece di seguirla, ammaliato da quel suo sguardo, da quelle sue gambe, da quei suo tacchi; se lui - dicevo - avesse in quel momento deciso di non seguirla, di evitare di incontrarla, forse lei non sarebbe morta. Anche se forse non sarebbe mai diventata realmente viva. Lui certamente non lo avrebbe mai saputo, e questo è certamente un fatto!
Marta se ne stava lì seduta, dalla sua borsa fuoriuscivano fotografie, oggetti, ricordi, libri. Un libro. Ma non era il libro di Marta. Il libro di Marta doveva essere ancora scritto, quello. Lei sarebbe morta, la storia non sarebbe mai nata, una nuova storia.
Quella che era stata già scritta la vedeva lì, distesa sul letto, senza vita, con un amante al suo fianco incredulo, ossessionato da mille pensieri che gli frullavano contemporaneamente nella testa; pensieri che non riusciva ad esprimere, storie che non sarebbe riuscito mai a narrare. Eppoi - la cosa più orribile - c'era di là il bambino che inconsapevole di tutto dormiva, tranquillo. nella sua stanzetta, ignaro del fatto che la sua mamma, al risveglio, non ci sarebbe stata oramai più. Il padre, lui sì, lo avrebbe rivisto, anche se non subito. Era partito per Londra, dove si trovava quella notte, e non sarebbe rientrato prima di un paio di giorni. Una notte, una volta; una volta sola con quel nuovo amante. E durante quel tradimento, d'improvviso, si sarebbe accasciata per sempre su di sé, dentro di sé.
Doveva riflettere: cosa fare del bambino, di quel corpo oramai senza vita, di quel marito ignaro che si trovava altrove, di quegli oggetti, dei vestiti appena dismessi da Marta e che non avrebbe mai più potuto indossare. Andò di là in cucina, per riordinare le coordinate del suo mondo. Una birra, anzi un cognac. Forte. Due.
Fuggire ed entrare nel primo ristorante e incontrare di nuovo lei, Marta.
Seguirla. Affascinato, senza ragione. Con stupore, solo con stupore. Vivere, rivivere, scrivere. Come se fosse sempre la prima volta. Come se potesse realmente esistere una sola prima volta.

di Gianfranco Pecchinenda

lunedì 26 settembre 2011

algo para recordarme


SAUL BELLOW

Mezclar ficción y realidad es una garantía de fracaso literario. Lo cual recuerda el relato perfecto sobre un viejo narrador que evoca un episodio de su adolescencia, en el Chicago de la Depresión. Una pista sobre el carácter sagrado de la lectura

Cada día convivimos más con el ruido de fondo de crisis económicas, invasiones de países árabes, sorpresas de grandes gigantes farmacéuticos, reclamos de la industria del automóvil, tortugas Ninja, crímenes horrendos, pavorosos terremotos devastadores, Bolsas europeas que caen y caen y vuelven a caer, episodios de estupidez humana transmitidos día tras día como si fueran una serie televisiva sin guionista.

Ese es el gran error, ¿no? Creer que un libro tiene que competir con el asesino en serie o el último emperador mundial de los helados

En semejante ambiente nuestra agitada vida de víctimas de lo mediático nos recuerda a un fragmento irónico de El caballero inexistente de Italo Calvino: "Debéis disculpar: somos muchachas del campo (...) fuera de funciones religiosas, triduos, novenas, trabajos en el campo, trillas, vendimias, fustigaciones de siervos, incestos, incendios, ahorcamientos, invasiones de ejércitos, saqueos, violaciones, pestilencias, no hemos visto nada".

Es difícil en estas circunstancias de información masiva reparar en algo tan antiguo como una buena historia de ficción. Nos da la impresión de que no tenemos tiempo para atender a ella. No en vano hay un escaparate infinito en las nubes con todos los grandes libros olvidados.

Pero aun así, a pesar de situación tan difícil para los buenos libros, ¿hay que empujar a los escritores a que emparenten sus ficciones con los mil y un asuntos que baraja el gran espectáculo mediático? No es una pregunta extravagante. Entre tantas incertezas, una certitud parece que está arraigando peligrosamente entre nosotros: no se concibe una novela recién publicada que no permita un titular de prensa ligado a la más rabiosa actualidad periodística. Para entendernos: hoy en día los movimientos de la conciencia de un anodino ciudadano portugués de la época del dictador Salazar no tendrían cabida como noticia relacionada con la aparición de un libro, salvo que se la pudiera relacionar con el último rescate económico de Portugal, o algo por el estilo.

Por eso quizá hay tantos periodistas que, en su búsqueda desesperada del titular, no quieren admitir que una novela pueda estar estricta y únicamente vinculada al mundo de la ficción, lo que, dicho sea de paso, en realidad no deja de ser lo más normal del mundo, puesto que ficción y vida se repelen, esa al menos es mi experiencia. John Banville (en una divertida entrevista con Mauricio Montiel que no desentonaría en Dublineses, de Joyce) dice haber descubierto que jamás se puede mezclar ficción y realidad, pues cuando uno trata de insertar en la ficción nociones directas, nociones científicas, no encajan por ningún motivo: "Aún no comprendo cuál es el proceso, pero es como someterse a un trasplante de hígado: el cuerpo lo rechaza. La ficción, al menos la mía, repudia las ideas tomadas directamente del mundo".

Todo esto me recuerda que cuando uno comienza a escribir cree que es posible expresar la realidad. Si ha nacido en territorio español, todavía lo cree más, porque aquí en literatura todo el mundo es realista. Sin embargo, creo que lleva un cierto tiempo aprender, descubrir que lo único que se puede hacer es fabricar una realidad alterna y esperar que de alguna forma reproduzca, o parezca reproducir, la vida tal como la vivimos. Esta infantil frase de Banville la suscribo con entusiasmo: "El arte no es para nada la vida, sólo se le parece".

Aunque nos encontremos ante la novela más realista de la historia, esa realidad nunca puede ser la famosa realidad. Es algo tan simple como discutido hoy en día por algo más de la mitad de las mejores mentes de mi generación. Qué se le va a hacer. Lo mismo digo sobre la cuestión de los millones de novelas y el escaparate infinito de los grandes libros olvidados. ¿Qué hacer ante semejante drama? Queda, de entrada, el consuelo de saber que nuestra conciencia es inmensamente más grande que todo el espacio mental que creen abarcar los responsables del gran lavado de cerebro colectivo. Porque en realidad el gigantesco espacio del Gran Lavado jamás podrá competir con todo aquello que es capaz de percibir, en su espacio natural de libertad, una conciencia humana. Todavía nos quedan, creo, focos de libertad en nuestras mentes, los suficientes para tratar de escapar de la banal representación sin tregua del gran teatro de Oklahoma. Y sirva esto, de paso, para decir que sospecho que ese secreto éxodo trágico, esa gran huida del terror mediático, se está convirtiendo en la verdadera odisea moderna y que alguien debería novelarla, porque a fin de cuentas es tan sigilosa como apasionante.

Ayer, por cierto, releí la odisea tan singular que narra Bellow en Algo por lo que recordarme, relato perfecto, incluido en la gran antología de sus cuentos. El argumento es algo complejo pero, a grandes rasgos, trata de un narrador, ya viejo, que recuerda un solo día de su adolescencia, en el Chicago de la Depresión. En el día que recuerda y que sabe que no olvidará nunca, una mujer le atrajo hasta su dormitorio, y una vez allí huyó dejándole desnudo, pues para robarle tiró toda su ropa (incluso el libro religioso que él estaba leyendo tan religiosamente) por la ventana. Le tocó entonces volver a su casa, a una hora de distancia, atravesando el helado Chicago. Su odisea, cuando hubo conseguido que le prestaran unos harapos para el regreso, incluyó la idea de volver a comprar el libro -sagrado para él- que le habían robado. Pero, eso sí, para volver a comprarlo tenía que robar a su madre, que escondía su dinero en otro libro sagrado. Según el crítico Robin Seymour, esta historia que no pierde de vista el carácter sagrado de las escrituras que meditan sobre el mundo sitúa en primer plano preguntas que deberíamos hacernos más a menudo; preguntas tan profanas como religiosas, preguntas a nuestra conciencia. ¿Cuáles son los días de nuestra vida que no olvidamos y por qué los recordamos siempre? ¿Cuáles fueron nuestros días de conmoción y reflexión? ¿Cuántas veces recordamos que la actividad de la lectura puede tener un carácter profano o religioso, pero en cualquier caso sagrado?

Llevo escritas 981 palabras y me temo que no conseguiré el efecto de brevedad que pretendía ofrecer en esta divagación literaria que seguramente, por falta de espacio (menuda contrariedad, incluso para el escritor de brevedades), se dirige hacia el final. Pero da igual, voy a terminar, no importa que me sienta como un fardo que tuviera toda una eternidad para arrepentirse de su escasa capacidad para la rapidez.

Ahora recuerdo que Bellow, en el divertido epílogo que escribió para su antología de cuentos, sugiere combatir la invisibilidad de los libros incorporando la brevedad a ellos. Cita a Chéjov, por supuesto, y aquella frase maravillosa en su diario: "Es extraño, ahora me ha entrado la manía de la brevedad. De todo lo que leo -obras mías y de otras personas- nada me parece lo suficientemente breve". Y luego se acuerda Bellow de un sabio japonés que recomendaba a sus alumnos la mayor brevedad posible y que me ha hecho pensar en un sabio chino que solía decir que hay que hacer rápido lo que no nos corre ninguna prisa y así poder hacer lentamente lo que urge. Se acuerda también Bellow de un clérigo inglés del XIX, un tal Smith, que sólo sabía decir: "¡Opiniones cortas, por Dios, opiniones cortas!".

En efecto, la brevedad puede ser una solución para, con sentido del humor, resistir los embates de lo extraliterario. En lo último que hay que caer, por otra parte, es en aquello en lo que cayera una destacada dama de las letras inglesas el día en que la vimos hojear enojada en Segovia el periódico en la mesa de un café y quejarse de pronto: "No hay más que deportes, corrupción y disparos. ¡Y nada sobre mi novela!".

Ese es el gran error, ¿no? Creer que un libro tiene que competir con el asesino en serie o el último emperador mundial de los helados. O lo que es lo mismo: creer que se pueden mezclar las ficciones con ese gran reino del extrañamiento que inventan -una realidad, por cierto, bien falsa y perversa- en el gran teatro de Oklahoma.

Cuentos reunidos. Saul Bellow. Introducción de James Wood. Traducción de Beatriz Ruiz Arrabal.DeBolsillo. Barcelona, 2010. 784 páginas. 10,95 euros